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Cenni Storici


Origini. L'Epopea Normanna



Poche notizie si hanno della città di Piazza prima della sua distruzione operata dal re normanno Gugliemo I d’Altavilla nel 1161, tuttavia la storia della città si arricchisce di informazioni provenienti dalle recenti campagne di scavo archeologico in contrada Casale e fa comprendere come davvero essa si basi, oltre che sulle fonti storiche e letterarie, anche sulle testimonianze che emergono dal sottosuolo.



La Sicilia araba non aveva più nell’XI secolo un governo unitario, ma esso si era frammentato, per le discordie interne, in tanti emirati tutti rivali fra loro. Una feroce discordia fu quella tra l’emiro di Catania Ibn ath Thumnah e suo cognato il kaid di Enna, Ibn al Hawwas al punto che il potentissimo emiro di Catania, si fece ricevere, nel 1061 a Mileto in Calabria, alla corte del Conte Ruggero per chiedere aiuto contro il cognato. Ai Normanni non parve vero che si fosse schiusa una finestra sul loro sogno, quello di “visitare” finalmente la Sicilia. I Normanni accondiscesero ad aiutare l’emiro e così, un piccolo esercito normanno capitanato dal Conte Ruggero d’Altavilla e dal fratello Roberto il Guiscardo con l’aiuto di Ibn ath Thumnah e da drappelli cristiani siciliani, nel 1061 sbarcò a Messina occupandola. Era l’inizio di un’epopea fortunata culminata nella totale conquista dell’Isola con gran gioia pure del papa Alessandro II a cui Ruggero inviò, dopo la battaglia di Cerami del 1063, una delegazione e l’omaggio di quattro cammelli tratti dal bottino di guerra. Il Papa ringraziò e inviò, a sua volta, come dono un vessillo con l’effigie della Madonna da consegnare ai combattenti come protezione sui campi di battaglia, icona che la devozione vuole sia stata donata al municipio di Piazza dallo stesso Gran Conte e custodita nella nostra cattedrale.



Non abbiamo a disposizione documenti del tempo della conquista normanna in Sicilia che ci possano illuminare sulla Piazza bizantina o araba eventualmente preesistente. La sua storia è legata, a quella della conquista normanna a partire dal 1061 quando i biondi guerrieri nordici, dopo Messina cinsero d’assedio Enna (non potendola prendere) e affrontando durissime battaglie sul fiume Dittàino e a Cerami. Gaufredus Malaterra, monaco a S. Agata di Catania e cronista normanno, nell’opera De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis, descrisse dettagliatamente l’itinerario dell’esercito normanno nell’impresa di Sicilia e nominò alcune località del nostro territorio da cui probabilmente passò il Conte, come Anaor e Naurcium (verosimilmente Naone e Montagna di Marzo), ma nessun documento riporta il nome di Piazza che, invece, comincia a comparire, come nome latino Platia o Placia o quello greco Platza, nella diplomatica intorno al 1122, mentre il nome arabo Iblatâsah appare in due diplomi di Simone Aleramico, uno del 1141 e l’altro del 1148. Col primo il conte Simone donava la chiesa di S. Maria di Patrisanto di Piazza alla chiesa vescovile di S. Agata di Catania (…la chiesa di S. Maria di Patrisanto con le adiacenze dove si trovano le acque termali con la chiesa che edificò il beato signore Giozzo e le quattro vasche che vi sono accanto. … è stato scritto… in Platza alla presenza …), mentre col secondo lo stesso conte Simone concedeva all’Ordine del S. Sepolcro la chiesa extra Placem di S. Andrea di Piazza insieme ad alcuni feudi e casali del territorio (Placeam quoque Veterem cum toto plano Aymerici et viniale comitisse. … in presentia scriptorum …Jozo de Placea,…). Ciò avveniva tredici anni prima della distruzione di Piazza e dunque con quest’ultimo diploma crolla la leggenda dell’ubicazione di Piazza sul piano Marino-Zazza Vecchia.



Si conoscono, di questo periodo (1140) quando era re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, le descrizioni del geografo e botanico arabo Al Idrisi il quale narrava che Iblatâsah è un ben munito fortilizio, da cui dipende un vasto contado con terre da semina benedette. Famoso è il suo mercato, abbondanti le derrate, gli alberi, la frutta. Secondo tale descrizione Piazza non doveva essere ancora una città, ma un fortilizio che controllava un vasto territorio, abitato da gente bellicosa e orgogliosa facente parte del grande feudo aleramico assieme a Butera e Paternò. Ciò spiega in parte la politica antisaracena che allineerà Piazza alla ribellione baronale di Ruggero Sclavo contro Guglielmo I e che la porterà alla rovina. In quel tempo, infatti, si era determinata una pericolosa contrapposizione tra il potere reale e le colonie lombarde di Sicilia a causa della politica filo-islamica della Corona e favorevole alle forze borghesi emergenti. I cugini Tancredi d’Altavilla e Ruggero Scalvo capitanarono la ribellione dei feudatari lombardi nel 1160-61 e provocarono la violenta repressione del Re. Lo storico delle cronache normanne Ugo Falcando ci fa sapere nel suo Liber de regno Siciliae che Guglielmo, educens exercitum, adversus Rogerium Sclavum, rapto contendit itinere, primumque Placiam, nobilissimum Lombardorum oppidum, in plano situm, evertit penitus ac destruxit. Dopo la distruzione della prima Piazza, tuttavia, fu concessa, da Guglielmo nel 1163, la ricostruzione della città in un altro luogo che è quello attuale sul colle Mira e la cui cronaca ha acquisito il sapore della leggenda. Scrisse nel 1654 Gio. Paolo Chiarandà: Fu dato il carico dal Re Guglielmo il Malo, … che si fabricasse dell’istesse pietre e materiali della destrutta Plutia, o Piazza Vecchia: accio non si dicesse essere un’altra; ma la stessa risorta; concedendole molte gratie, e privilegi… che si fabbricasse sopra il colle oggi detto Monte, che era pieno d’alberi con foltissimo bosco; di gran commodità, per le fabriche, tutto circondato di fonti, & acque di buona qualità, più ameno, e delitioso dell’antica Plutia…. volle che coi medesimi materiali delle rouine della prima si facesse questa seco da risorgere, col proprio nome datole dal Conte Ruggiero di Piazza d’Armi. Questo riferimento ha dato la stura ad una serie di dubbi circa la sua veridicità storica, non disponendo di alcuna verifica sugli autori che cita. La leggenda continua a sostituirsi alla storia poiché si racconta che, nella funesta circostanza della distruzione, i piazzesi, custodi del Vessillo pontificio dell’Assunta, donato dal papa al conte Ruggero, chiusero l’icona in una cassa di legno e la seppellirono in un luogo sicuro, sotto l’altare della chiesetta di S. Maria di Piazza Vecchia, dove fu ritrovata più tardi, nel 1348, anno della grande peste che decimò le popolazioni di tutta Europa. Il ritrovamento miracoloso della sacra icona della Vergine fu reso possibile, secondo la tradizione, da un sogno rivelatore del sacerdote Giovanni Candilia che abitava nella contrada omonima. L’icona ritrovata fu portata in trionfo dall’eremo di campagna alla Chiesa di S. Maria Maggiore di Piazza dai cittadini scampati alla pestilenza. Ancor oggi in ricordo dell’evento, ogni anno nell’ultima domenica di aprile, i piazzesi si portano all’eremo di Piazza Vecchia per partecipare al trasporto in pellegrinaggio di una copia dell’icona in città, mentre il 3 di Maggio successivo avviene il pellegrinaggio inverso.



Ovviamente vien da chiedersi perché Platia Placea Iblâtasah diventi Plutia nella versione degli accademici del XVI sec. se non per giustificare la voglia irrefrenabile di paternità gloriose ed eroiche, al punto d’inventare il ritrovamento di monete con la legenda di quel nome. Plutia viene fuori dalla errata interpretazione di un passo delle Verrine di Cicerone e ormai emendata da tutti gli studiosi come Pintiam. Resterebbe, per chiudere definitivamente la questione di Piazza Vecchia, come mai sia stata tramandata, sempre da Chiarandà che lo apprese dal Li Gambi, la presenza sul Piano Marino di gran mole di fondamenta, basi, capitelli ed altri materiali, quando invece bastava sincerarsi di persona che, ad eccezione di qualche rara ceramica medievale intorno al torrione di Piazza Vecchia, non esistono vestigia antiche in tutta la contrada. Invero da diversi anni le tracce di Piazza, citata dal Falcando come nobilissimum Lombardorum oppidum in plano situm, sono state cercate sull’altopiano Marino dove tuttora sono visibili i resti di un castelletto di epoca normanna. Il fatto che Piazza veniva menzionata come oppidum, cioè fortilizio, farebbe supporre che essa possa essere stato un castrum con un borgo adiacente. A proposito di tale ubicazione, non si comprende come essa non sia stata confutata se non in tempi recenti, mentre gli storici che in passato l’hanno sostenuta avevano certamente conoscenza del diploma di Simone del 1148.



Come detto sopra l’archeologia ci apre in questi anni uno spiraglio. La prima campagna di scavo effettuata nella primavera del 2004 e durata otto mesi, seguita da altri scavi dal 2005 al 2007 e condotti dal prof. Patrizio Pensabene dell’Università di Roma “La Sapienza”, tendono a dimostrare nel sito la continuità abitativa del luogo dal tardo-antico al medioevo. Si assiste da qualche anno all’affioramento di un borgo di epoca medievale e gli archeologi fanno osservare che molti indizi portano alla conclusione che il sito venne abbandonato in maniera improvvisa per una qualche ragione, naturale o voluta che fosse. Monete, anfore e vasellame vario, attrezzi agricoli e una miriade di frammenti fittili conducono ad una frequentazione tra il X-XI secolo anche se il sito ha restituito sporadici segni post-medievali (XIV – XV sec.). Bisogna osservare comunque che alcuni saggi di Lorenzo Guzzardi del 1997 su quella che era considerata la pars fructuaria della villa del Casale, portavano a stratificazioni fino ai livelli coevi alla villa tardo antica, e i recenti saggi hanno osservato segni di fasi insediative tardo-romane e bizantine.



La storia di Piazza dopo la ricostruzione continua a collegarsi alla storia del regno normanno. Alla morte di Guglielmo I avrebbe dovuto succedere il figlio Ruggero, ma questi era morto in circostanze non chiarite, durante una sommossa del 1160 e il suo cadetto Guglielmo, di appena 13 anni, non poté farlo autonomamente. Assunse la reggenza per cinque anni la regina madre Margherita, principessa navarrese di origine normanna che ebbe a governare un periodo molto agitato dalle continue dispute nell’aristocrazia che era tenuta lontana dal potere centrale.



Guglielmo II infine riuscì a regnare sui sudditi i quali, cristiani o musulmani, lo amarono molto. Regnò con giustizia, in pace e in prosperità e si rese celebre per la sua tolleranza: si narra che durante il terremoto del 1169 che sconvolse tutta l’Isola, le donne della sua corte, che tutti credevano cristiane, al momento del pericolo invocarono Allah, e il re le udì. Passato il momento del panico, esse chiesero perdono al re, per essersi rivelate musulmane, e Guglielmo II rispose magnanimamente:”Donne, andate in pace: ognuna preghi il Dio in cui crede!”; e giustamente Dante, parlando di lui (Paradiso, canto XX) lo chiama “il giusto rege”(S. Correnti).



Guglielmo II, non ebbe eredi diretti. Nel 1186 avvenne il matrimonio della zia Costanza di Altavilla, figlia di Ruggero II ed erede al trono, con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa. Questo fatto permise il passaggio della corona normanna di Sicilia a quella sveva degli Hohenstaufen.







Il Periodo Svevo



Il periodo svevo cominciò nel 1194 con Enrico VI, continuò con Federico II dal 1198 al 1250 e si concluse nel 1266 con Manfredi. Enrico regnò con crudeltà, ma il suo eccezionale figlio Federico II, stupor mundi, viene ricordato per la grande cultura linguistica, filosofica e scientifica. Alla corte di Federico nacque la Scuola Poetica Siciliana. Piazza era in quel tempo, dopo Palermo e Messina, una delle tre più importanti città del regno. A questo periodo appartengono la chiesa del priorato di S. Andrea, quella del Patrisanto nella facciata prospiciente alla piazza, la Commenda dei Cavalieri di S. Giovanni, la chiesa di S. Martino nei portali laterali. Federico II confermò Piazza “città demaniale” e, nel 1234, la fece sede della “Curia Generale di Sicilia”, a cui potevano ricorrere i cittadini dell’Isola contro i funzionari dello stato, inoltre il sovrano nel 1240 la invitò al Parlamento di Foggia tra le undici città demaniali della Sicilia. Alla morte di Federico II Piazza era divenuta una delle principali città del regno con uno sviluppo economico crescente: vi giunsero altri nuclei di immigrati lombardi, vi si aprì un monastero domenicano, ospizi, case degli Ordini Militari del S. Sepolcro, degli Ospitalieri e dei Templari. Piazza cercò di affrancarsi dal dominio ghibellino di re Manfredi, dichiarandosi “libero comune”, ma dovette subire, insieme con Aidone ed Enna, un lungo assedio e cedendo le armi nel 1256.







Gli Angioini



La città passò sotto il dominio guelfo di Carlo d’Angiò, che mantenne i suoi tradizionali privilegi. Tuttavia l’esosità fiscale degli angioini fu invisa ai Lombardi di Piazza e, quando si diffuse la notizia della famosa rivoluzione palermitana dei Vespri siciliani, la città, convocato il Consiglio Grande, aderì prontamente e innalzò i propri vessilli proclamando il miles Simone Fimetta da Calatafimi capitano del popolo dei Monti di Lombardia. Così nel 1282 Piazza partecipò alla guerra del Vespro credendo nell’indipendenza prossima di tutta la comunità siciliana. Ma l’arrivo in Sicilia, il 3 agosto 1282, del re Pietro d’Aragona (sposo di Costanza di Svevia), chiamato dalla nobiltà ad assumere la corona di Sicilia, deluse le aspettative e anche Piazza, pur tentando di respingere gli ordinamenti del Re, infine dovette cedere. In Sicilia, alla morte di Pietro nel 1285, succedette Giacomo II il quale nel 1291 lasciò l’Isola nelle mani del fratello Federico per raggiungere l’Aragona dove, essendo morto re Alfonso, ne ereditò il trono. I siciliani, riunitisi in parlamento, nel 1296 elessero re il giovane Federico, lasciato da Giacomo in Sicilia quale reggente (e che spesso risiedeva a Piazza), ma ciò attirò la scomunica del papa Bonifacio VIII a cui nel frattempo era stata donata l’isola. Il famigerato papa bandì perfino una crociata contro la Sicilia, ma i Siciliani si riunirono proprio a Piazza per resistere alla sfida pontificia e prepararsi alla difesa. In quell’occasione furono approvati i famosi “Capitoli di Piazza” cioè una vera e propria carta costituzionale. Federico, mentre si trovava a Piazza, accettò il servigio degli Almogaveri, una temibile compagnia di mercenari catalani e aragonesi, nominando il condottiero Roger de Flor vice ammiraglio di Sicilia il quale guidò contro i nemici del Re la flotta per tutto il Mediterraneo fino alla conclusione della guerra con la famosa pace di Caltabellotta del 1302. Alcuni momenti significativi della guerra del Vespro accaddero proprio a Piazza come l’episodio del 1298 quando il nobile Giovanni Barresi, signore di Pietraperzia e di Monte Navone, si schierò dalla parte di Giacomo d’Aragona accogliendo le sue truppe sbarcate ad Augusta e, per questo venne costretto alla fuga e punito con la distruzione del leggendario borgo di Monte Navone. Va ricordato l’altro episodio dell’anno successivo, il 1299, quando la stessa Piazza fu attaccata dalle truppe angioine di Roberto d’Angiò. In quell’occasione i Piazzesi, dopo un lungo assedio, aiutati da sessanta cavalieri guidati da Palmerio Abate e Guglielmo Calcerando, attaccarono e sconfissero i nemici, costringendoli a togliere l’assedio dal piano di Altacura e dal piano di S. Giorgio. La pace di Caltabellotta riconobbe a Federico, solo a titolo personale, il regno di Sicilia, ma alla sua morte avvenuta nel 1337 la voluntas Siculorum si sfaldò in una serie disastrosa di ribellioni nobiliari nel contesto della lotta tra Siciliani, Papato e Angioini.







Gli Aragonesi



Nel 1309 re Federico approvava le Consuetudini di Piazza, raccolta in 48 capitoli di norme atte a regolare la vita civile della città e del suo contado, che si affiancavano ai menzionati Capitoli di Piazza. La Sicilia aragonese riprendeva la guerra contro gli Angioini di Napoli fino al trattato di Avignone del 1372 con il quale l’isola fu riunita definitivamente a Napoli sotto la sovranità della monarchia aragonese. Piazza accolse, nell’ambito di una continua migrazione verso la Sicilia di mercanti e di esuli politici, diversi membri di famiglie toscane come gli Uberti, i Velardita, i Naselli, i Branciforti, gli Alberti i quali, ottenuti i feudi da Federico, si affiancarono alla nobiltà lombardo-piemontese già presente. Nelle vicende del tempo sono menzionati i Conti di Garsiliato, i Branciforti di Mazzarino e Gibilscemi, gli Uberti di Gatta e di Fundrò, i Barresi di Pietraperzia. Piazza in quel periodo vide crescer la sua popolazione fino a 10.000 abitanti e nei registri pontifici sono segnate ben sedici chiese oltre a quella di S. Martino e del Padresanto. Fuori le mura, sotto l’antico castello (poi convento francescano) cominciò a formarsi il borgo della Castellina che nel 1377 fu inglobato nella cinta cittadina. Dopo la morte di Federico II, avvenuta nel 1337, imperversò una guerra civile tra baroni latini e catalani che continuò anche sotto il successore Pietro II. Durante il breve regno il baronaggio piazzese vedeva prevalere nella lotta i “latini” Palizzi, fino a quando questi non furono sorpresi e condannati all’esilio per avere congiurato contro il Re. Assieme ai Palizzi subirono condanne e confische gli alleati Uberti e Villardita e il feudo di Gatta fu sequestrato, mentre quello di Fundrò fu diviso tra le città di Enna e Piazza. Nel 1342 moriva a Calascibetta, all’età di 37 anni, Pietro II e al suo posto fu incoronato ad appena quattro anni, nel 1442, il nipote Ludovico. È un periodo fosco, complesso e sanguinoso in cui la lotta baronale dei due tradizionali schieramenti non ebbe tregua e fu caos nel regno. A ciò si aggiunse la peste (1347) che, in appena otto mesi, decimò la popolazione piazzese e, come è noto, l’anno successivo avvenne, secondo la tradizione, il ritrovamento, nella chiesetta basiliana di piazza Vecchia, dell’icona della Madonna, già vessillo del Gran Conte, donatogli dal papa Alessandro II dopo la famosa e leggendaria battaglia di Cerami del 1063. Alla morte di re Ludovico avvenuta nel 1355 successe l’infante Federico, ma ciò indebolì ulteriormente il potere regio. Piazza continuò ad essere teatro di lotta politica tra le due fazioni baronali latina e catalana e che ebbe tregua finalmente nel 1362 con la famosa “Pace di Piazza” con la quale fu sancita l’esautorazione del potere regio a favore del baronaggio chiudendo la crisi bellica e confermando il ruolo e il prestigio di Piazza nel turbolento panorama politico siciliano. Lo stesso giovane re Federico IV, riuscì a chiudere lo stato di guerra con il regno napoletano nel 1372 mediante l’ausilio del vescovo di Mazzara Fra’ Ruggero da Piazza.



A Federico veniva riconosciuto il possesso della Sicilia, col titolo di re di Trinacria, come vassallo del Papa e della regina Giovanna. Piazza veniva esentata dal pagamento di dogane e di dazi nelle mercature e si confermava come uno dei centri più attivi dell’Isola, mantenendo le sue fiere molto frequentate e ricche tra quelle del Regno. Tuttavia accade ancora una volta che, sotto la spinta delle richieste reali di restituzione di terre e castelli, Piazza rispolvera l’antica ribellione al potere regio ed è nuovamente guerra. I successivi avvenimenti vedono la sconfitta dei piazzesi eversivi, la morte del re Federico detto il Semplice (1377) e la successione al trono della figlia Maria che successivamente nel 1391 fu costretta a sposare Martino, nipote di Pietro IV d’Aragona. Comincia il periodo detto dei Quattro Vicari (Alagona, Chiaramonte, Peralta e Ventimiglia) che detenevano il potere in nome della quattordicenne principessa Maria, quando Piazza, essendo nella sfera d’influenza degli Alagona, ebbe confermati i privilegi e le consuetudini, ma presto venne punita per l’ennesima ribellione ad opera degli Alagona stessi che esposero così la città alla punizione dei nuovi sovrani. Altre vicende della perenne lotta tra latini e catalani costrinsero spesso i giovani sovrani e il Duca Martino a soggiornare a Piazza e quest’ultimo fu costretto ad attaccare e sconfiggere (1396) il capo della fazione latina Giovanni degli Uberti e a distruggere i casali di Gatta, Polino, Fundrò e Rossomanno, che furono definitivamente abbandonati e gli abitanti trasferiti a Piazza ed Enna. Nel successivo parlamento di Siracusa del 1398 Piazza fu confermata città demaniale del regno aragonese e posta sotto giurisdizione di un capitano di nomina regia. Il primo incarico fu dato a Niccolò Branciforti, barone di Mazzarino e conte di Garsiliato il quale avviò la costruzione del castello e del borgo dei Canali per poter dare accoglienza alla popolazione dei diruti borghi di Gatta e di Polino.







Il XV Secolo



Il XV secolo inizia con la morte (1401) della regina Maria e il matrimonio di Martino I con Bianca di Navarra (1403). Nel 1409 muore Martino (il Giovane) e gli succede Martino II (il Vecchio), ma l’anno dopo muore pure questi e il regno prosegue col Vicariato delle regina Bianca. La città di Piazza, poiché aveva visto in lei il simbolo dell’indipendenza siciliana, ospitò spesso la Regina che peregrinava per ogni dove nell’Isola al fine di portare pace e concordia fra le sempre risorgenti fazioni. Esistono importanti documenti che fanno conoscere le traversie della città, come alcune lettere della regina stessa che spesso la nominava per portarla come esempio alle altre città, tuttavia la regina Bianca s’intristiva nell’angustia di vedere che il regno “laceratu … per li nostri peccati omni jornu … a pocu a pocu si consuma”. Nel 1412, nell’indifferenza generale, veniva riunito a Caspe in Aragona un parlamento per decidere la successione di Martino il Vecchio. Da quelle decisioni venne fuori il nome di Ferdinando di Castiglia, erede dei due regni di Castiglia e di Aragona. La regina Bianca cessa il vicariato e il re dispone di annettere la Sicilia al Regno di Spagna, inviandovi (1415) il proprio figlio Giovanni quale viceré. I Siciliani tentarono la carta dell’indipendenza cercandolo invano di farlo re di Sicilia, per cui l’Isola entrava definitivamente nella corona spagnola. Piazza, giurando fedeltà alla politica della corona, era riuscita a recuperare la metà del territorio di Fundrò (l’altra era rimasta a Enna), manteneva la Corte Capitanale quale sede di amministrazione della giustizia. Inoltre otteneva per il mero e misto imperio, cioè la possibilità per il Capitano di giudicare e condannare il reo (ufficio che fin dai tempi di Federico di Aragona, era esercitato a Piazza dal maestro giustiziere) con una giurisdizione che comprendeva i castelli con casali di Pietraperzia, Convicino, Mazzarino, Riesi, Garsiliato col casale di Niscemi, di Imbaccari e di Fundrò. La città ebbe da Ferdinando I di Castiglia nel 1414 l’Ufficio del Proconservatore col compito di curare i beni del patrimonio regio e conservare gli atti ufficiali; manteneva l’Ufficio del Maestro delle Foreste per amministrare i vastissimo bosco del territorio ed esercitare la giustizia per i reati dei pascoli; manteneva un prestigioso Collegio Medico (“magnifico collegio dei magnifici dottori fisici”), presieduto da un Viceprotomedico, che era autorizzato ad abilitare i laureati alla professione medica e a vigilare sulla salute pubblica. Un altro organismo presente in città era l’ufficio del Magistrato Cittadino, composto da: i Giurati, esecutori degli ordini regi; i Giudici, che amministravano al giustizia civile; i Notai, che redigevano e scritturavano gli atti; il Consiglio degli Ottanta, che si occupava di trattare salari, gabelle, bilanci; il Consiglio Civico Generale, che trattava le grandi questioni di interesse cittadino; il Giudice delle Appellazioni; il Sindaco (o Ambasciatore, o Nunzio), che rappresentava la città nel Parlamento del Regno. Si ricorda che Piazza, fin dai tempi di Federico II di Svevia, inviava propri rappresentanti in tutti in tutti i Parlamenti del Regno. La città possedeva la Curia Spirituale, per antico privilegio, presieduta dall’Arcidiacono, che aveva una sua Corte con giudici, ufficiali e notai.

Alla morte di Ferdinando I di Castiglia, salì al trono nel 1416 Alfonso il Magnanimo il quale prese a cuore la grande questione dello Scisma d’Occidente la cui soluzione era stata demandata al Concilio di Costanza dove inviò alcuni rappresentanti tra cui l’arcivescovo di Palermo Ubertino de Marino. Dopo aver sedato una rivolta in Sardegna, e aver inviato aiuto alla regina Giovanna di Napoli contro Luigi III d’Angiò, Alfonso venne in Sicilia, e passò da Piazza dove venne accolto con entusiasmo dalla popolazione. In quell’occasione gli fu chiesto di confermare gli antichi privilegi, di concedere nuovi capitoli e di recuperare il feudo di Fundrò. Crea il fratello Pietro barone di Piazza, di Caltagirone e di Acireale assegnandogli le gabelle, ma l’Infante, nell’assedio di Napoli del 1438 perde la vita. Muore nel 1458 re Alfonso, lasciando al fratello Giovanni la Sicilia. A Enna si riunì il Parlamento per esaminare la grave situazione economica lasciata dal Re. Re Giovanni cercò di rimettere in sesto l’amministrazione siciliana, ma attinse anch’egli alle finanze siciliane disastrate. Anche Piazza ebbe a soffrire per soprusi ed esose gabelle imposte dal Regno oltre che per i latrocini e le usurpazioni di territori compiute da alcuni baroni. La città, come del resto tutta la Sicilia, sopportò un periodo di indigenza e di ondate epidemiche di peste dal 1349 per quasi cinquant’anni, oltre ad una carestia nel ’60 che portò perfino a tumulti popolari, ma la città mantenne ancora un posto importante tra le città di Sicilia. Con il decreto del 1492 re Ferdinando il Cattolico, come è noto, ordinò l’espulsione degli Ebrei dal regno di Spagna, tranne che non si convertissero al Cristianesimo. In Sicilia l’ordine fu reso noto dal viceré Ferdinando d’Acugna e questa iniqua operazione comportò l’espulsione dall’Isola di ben 100.000 Ebrei. Essi non abitavano in ghetti, ma in quartieri a parte ed erano considerati “servi della Regia Camera”, erano lasciati in pace e pagavano una gabella al municipio ove vivevano oltre che un sostanzioso donativo al Re. A Piazza gli Ebrei avevano una Giudecca che si era stanziata nel piccolo quartiere suburbano dei Canali fin dall’epoca aragonese, ove avevano diritto ad eleggere gli ufficiali della comunità. Negli anni 1424 e 1431 il Viceprotomedico A. D’Alessandro, dopo esami, abilitò due Ebrei alla professione di fisico medico. Il famigerato decreto concedeva tre mesi di tempo per l’eventuale conversione onde evitare l’espulsione e la confisca dei beni. Il 31 ottobre 1492 l’operazione a Piazza era conclusa.



(foto e testo di Sebastiano Arena)


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