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Notizie e Interpretazioni


La storia dello scavo
La scoperta della Villa Romana del Casale costituisce la più importante scoperta archeologica degli ultimi cinquant'anni. Il suo immenso valore di documento di storia dell'arte è dovuto principalmente agli oltre 40 pavimenti a mosaico policromo, disposti su superficie di oltre 3.5000 mq., che rappresentano un complesso quale non si trova in nessun altro centro archeologico del mondo romano per numero e grandezza di pavimenti, per importanza di rappresentazioni, per elevatezza di valore artistico.
Fin al principio del secolo scorso dell’esistenza della villa parlavano soltanto gli imponenti ruderi affioranti e le memorie locali. Dopo un primo sondaggio di Sabatino del Muto (1812) ed un secondo dell’ing. L. Pappalardo (1881), una prima campagna di scavi fu condotta nel 1929 da Paolo Orsi, che scoprì il primo mosaico (le fatiche di Ercole), e una seconda, condotta a varie riprese dal 1935 al 1939 da Giuseppe Cultrera, sotto l’alto patrocinio di Biagio Pace, mise in luce tutto il triclinio con l’antistante portico ellittico. Ma soltanto nell’ultimo dopoguerra (1950-54), sotto la direzione di Gino Vinicio Gentili e con i fondi della regione Siciliana prima e della Cassa del Mezzogiorno dopo, fu iniziata una campagna di scavo che ha portato alla luce tutta la parte nobile di una grandiosa villa romana d’età imperiale con i suoi meravigliosi pavimenti a mosaico, che costituiscono un monumento d’arte unico al mondo.
Negli anni 70 si è dovuto provvedere al restauro e alla protezione dei mosaici scoperti dai pericoli di sgretolamento, realizzando l’originale sistema di copertura progettato dall’arch. Franco Minissi, ma lo scavo non può dirsi completato, perché restano da scoprire le dipendenze della villa che sono sepolte ancora nei dintorni. Negli ultimi anni è in corso, a cura della missione di scavo dell’Università La Sapienza di Roma diretta dal prof. Patrizio Pensabene, una campagna di scavo nella zona sud, che ha messo in luce un antico abitato d’epoca medioevale.
La topografia della zona
L’edificio presenta, come abbiamo visto, tutte le caratteristiche della villa romana tardo-imperiale e va, quindi, inquadrata nella situazione storica della Sicilia del tempo, suddivisa in tanti estesi latifondi, territori di caccia e di villeggiatura e talvolta ritiro delle più potenti famiglie romane. Uno di questi latifondi, estesi talvolta come province, comprendeva l’alta valle del Gela ed era attraversato dalla via pubblica Agrigento-Catania, che aveva una statio presso il suo centro amministrativo, Philosophiana.
Questo centro è stato individuato e messo in luce in contrada Sofiana, 5 km circa a sud della Villa, che un braccio di strada di circa 2 km. Collegava con la via pubblica.
La villa costituiva, forse, inizialmente la residenza di caccia e di villeggiatura del padrone del latifondo di Filosofiana, che finì poi per risiedervi permanentemente, con la numerosa «famiglia» di servi e artigiani, magari per sfuggire ai pericoli e alle incertezze della vita politica della capitale.
Il problema della datazione
Questa è l’ipotesi più spontanea, ma nello stesso tempo la più generica, finché non viene convalidata da prove storiche ed archeologiche incontrovertibili, finché non viene risolto il problema della datazione. In mancanza di prove dirette (iscrizioni, fonti storiche ecc.) diecine di studiosi di tutto il mondo si sono dati a fondare su prove indirette le loro proposte di datazione, studiando i reperti di scavo (ceramica, monete ecc.) esaminando le strutture murarie, analizzando la decorazione musiva, i soggetti figurativi, l’abbigliamento e perfino le acconciature dei capelli dei personaggi raffigurati.
I risultati sono ancora discordanti, oscillando le datazioni proposte tra gli ultimi decenni del III sec. E i primi del V sec. D.C. e non essendo stato ancora chiarito se l’edificio attuale è l’espressione di un unico grande progetto, realizzato in una sola fase costruttiva, o il frutto di successive aggiunte ad un nucleo originario. Quello che è certo è che l’attuale costruzione sorse sull’area già occupata da una «villa rustica» fin dalla seconda metà del I secolo.
Circa la costruzione e la decorazione musiva dell’attuale villa, a parte G. Lugli, che proietta la costruzione nell’arco di un secolo (280-380 circa) in quattro fasi successive, e Biagio Pace, che arriva fino ai primi decenni del V sec., restringendo la fase di costruzione e della decorazione a meno di un trentennio.
H.P. L’Orange e Gino Vinicio Gentili, lo scopritore del monumento, sono per gli ultimi anni del III e i primi del IV sec., all’inizio dell’età tetrarchia, mentre H. Kähler propende per il primo decennio del IV sec.; sono invece per la seconda metà del secolo M. Cagiano de Azevedo (360-390) e A. Ragona (361-369).
L’ipotesi più recente, fondata su saggi stratigrafici oltreché sulla analisi degli studi precedenti, è quella di Andrea Carandini che scarta completamente la seconda metà del secolo e fa risalire la costruzione della villa agli anni 310-320 circa, cioè al periodo della dissoluzione della tetrarchia e dei primi anni dell’impero di Costantino.
Il proprietario della Villa
Ma la maestosità e lo sfarzo decorativo della abitazione fecero pensare subito ad un proprietario di eccezionale rilievo e questo problema ha finito per appassionare illustri studiosi, fino al punto da assorbire quello, scientificamente più importante, della datazione.
Considerato che le uniche costruzioni di tale imponenza che si conoscessero al momento della scoperta appartenevano ad imperatori (palazzo di Diocleziano a Spalato, Villa Adriana di Tivoli, ecc.), si pensò subito ad una villa imperiale, e fu L’Orange, seguito immediatamente dal Gentili, a proporre il nome di Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano nella direzione tetrarchia dell’impero con il compito di amministrare l’Italia; è lui che avrebbe costruito la villa dopo il 293 e vi si sarebbe stabilito dopo il 305, quando Diocleziano lo costrinse ad abdicare, fino a quando non tentò di riprendere l’impero.
Questa ipotesi è stata confutata con ragioni storiche da S. Mazzarino, e con ragioni archeologiche da altri, ma è stata confermata recentemente dai due archeologi, mentre H. Kähler ha proposto il nome di Massenzio, figlio di Massimiano e ultimo contendente di Costantino.
Altri studiosi invece, preferiscono vedere nell’edificio una villa privata, anche se appartenente ad un personaggio di alto rango, e sono soprattutto quelli che ne spostano la fondazione alla seconda metà del IV sec.. Tra questi sono il Pace e Cagiano, che la attribuiscono a Virio Nicomano Flaviano, grande latifondista e uomo politico romano del tempo dell’imperatore Valentiniano I, di cui è documentato il possesso di latifondi «presso Enna», e A. Ragona, che ha creduto di poter indicare il proprietario della villa in Claudio Mamertino che, come prefetto del pretorio di Giuliano l’Apostata e Valentiniano I, fu in Sicilia tra il 361 e il 368.
E’ inutile dire che nessuna di queste ipotesi è incontrovertibilmente provata, ma ciò non toglie nulla alla bellezza e all’importanza della villa, che con i suoi mosaici ha ormai, comunque, un posto di primo piano nella storia dell’arte romana.

(I.N.)

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